Le lobbies del cancro

(fonte: ISDE Italia Network)

E’ universalmente noto, del resto, come le lobby e le stesse istituzioni (ampiamente finanziate) che coordinano la “lotta al cancro” siano controllate, come denunciato per decenni da illustri scienziati e ricercatori come Tomatis ed Epstein, dalle stesse industrie chimiche che producono le (costosissime) terapie antineoplastiche e la gran parte degli inquinanti cancerogeni. E numerosi ricercatori hanno raccontato come, fin da quando Rachel Carson lanciò, per prima, l’allarme sulle sostanze chimiche di sintesi come causa di gravi rischi a lungo termine per la salute umana, l’industria chimica abbia difeso i suoi prodotti, attaccando la credibilità degli scienziati che segnalavano effetti nocivi: una strategia ben precisa che ha comportato il reclutamento di esperti e consulenti, lautamente remunerati, disposti a mettere in campo controanalisi in grado di contestare i risultati e minimizzare i potenziali rischi per la salute umana delle sostanze chimiche esaminate.

Nel 1992 in una conferenza stampa a Washington, DC, 68 importanti ricercatori e scienziati impegnati nel campo della medicina occupazionale, cancerogenesi, epidemiologia e sanità pubblica, rilasciarono una dichiarazione particolarmente dura, accusando il National Cancer Institute (NCI) di aver ingannato l’opinione pubblica con ripetute quanto infondate dichiarazioni di una supposta, imminente vittoria contro il cancro, del tutto in contrasto con la realtà dei fatti, visto che dalla “dichiarazione di guerra al cancro” lanciata dal presidente Nixon (1971) i trends in continua crescita del cancro erano un dato incontestabile e concernevano tutte le forme della malattia. Nella dichiarazione si affermava anzi che NCI, ACS (American Cancer Society) e altre consimili organizzazioni avevano consapevolmente minimizzato i dati della crescita della patologia tumorale, attribuendone la responsabilità al fumo da sigaretta e ai grassi presenti nel cibo e ignorando sistematicamente il ruolo dei cancerogeni di origine industriale che avevano invaso, in pochi decenni, le catene alimentari e inquinato l’aria, l’acqua, i posti di lavoro, così da spingere il Congresso a finanziare la ricerca nel campo della diagnosi e terapia, riservando le briciole (1% del budget totale) alla prevenzione primaria, intesa come riduzione dell’esposizione collettiva e occupazionale.

Una decina di anni dopo Lorenzo Tomatis metteva in luce gli stessi problemi, denunciando a sua volta come, mentre si continuava a puntare il dito sul fumo di sigaretta (il cui utilizzo era in calo nei maschi), si trascurasse regolarmente il dato di fatto che l’inquinamento di aria, acqua e suolo e l’esposizione collettiva a centinaia di molecole inquinanti e potenzialmente cancerogene cresceva a ritmi preoccupanti, come segnalato dalla Environmental Protection Agency e da studi importanti e come le strategie di prevenzione primaria del cancro (cioè di riduzione dell’esposizione a tali sostanze inquinanti), le uniche in grado di ridurne l’incidenza, fossero sistematicamente trascurate e non finanziate. Nello stesso articolo Tomatis stigmatizzava lo strano comportamento di Ames, che dopo aver lungamente denunciato l’introduzione in ambiente di migliaia di sostanze inquinanti e possibilmente cancerogene insufficientemente testate, sembrava aver mutato improvvisamente opinione, puntando a sua volta l’indice su sigarette e grassi nella dieta e negando la pericolosità di pesticidi ed inquinanti industriali.

E’ del resto un dato di fatto incontestabile che per decenni alcuni autorevoli rappresentanti di questo sistema, notoriamente condizionati da pesanti conflitti di interesse, abbiano negato l’esistenza di un continuo aumento di casi di cancro “salvo per ciò che concerne il fumo di sigaretta” e proposto letture ottimistiche essenzialmente incentrate sulla possibilità di ridurre drasticamente e in pochi anni l’incidenza delle principali forme di cancro semplicemente riducendo il consumo di sigarette e l’utilizzo di grassi nella dieta, mentre altrettanto autorevoli ricercatori, lungamente e duramente combattuti dalle lobby del farmaco, come Epstein, Tomatis e Abel, cercavano inutilmente di mettere in luce come non soltanto l’incidenza del cancro al polmone fosse considerevolmente aumentata nella seconda metà dello scorso secolo nei paesi in rapida occidentalizzazione, ma quella di tutti i tipi di cancro (con l’eccezione del CA gastrico): carcinomi mammario, prostatico, tiroideo, esofageo, epatico, pancreatico e renale, linfomi non-Hodgkin, mieloma, melanoma e tumori infantili, alla cui patogenesi il fumo di sigaretta non sembra contribuire in misura significativa, al contrario di altre e numerose esposizioni ambientali e come i miglioramenti diagnostici non possano spiegare questo incremento.

Recentemente anche Epstein è tornato in modo assai incisivo sull’argomento, tracciando una vera e propria storia della Guerra al Cancro, perdente proprio perché pesantemente condizionata da parte dell’industria chimica e dai suoi “esperti degli stili di vita quali causa prima dell’incremento di cancro” (Lifestyle academics): Sir J. Doll, il suo “protetto” lo statistico Peto e appunto Bruce Ames, tre chiari esempi di una drammatica ”conversione” che li ha tramutati da strenui sostenitori del cancro come malattia da inquinamento (da affrontare mediante una vera prevenzione primaria) a paladini della teoria del cancro come malattia degli stili di vita (fumo e grassi nella dieta).

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Una risposta a “Le lobbies del cancro

  1. consiglio a tutti di vedere su u-tube il film di Mazzucco “cancro,le cure proibite” ,attendo di sapere cosa ne pensate,Roberta

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