Scienza e diritti umani: omeopatia e vaccinazioni pediatriche

Fonte: Come Don Chisciotte | leggi l’articolo originale (>>)

Conversazione con Marco Mamone Capria sui pericoli di una scienza e di una tecnologia al di fuori delle regole democratiche

Norberto Bobbio, uno dei pensatori del XX secolo che con maggiore attenzione e con maggiore acutezza si è dedicato alla riflessione filosofica in merito alla natura, alla genesi e al futuro dei diritti umani, l’aveva capito benissimo: dopo aver lottato per difendere l’integrità, la sicurezza, la libertà, la dignità della persona umana dal potere ecclesiastico prima, da quello politico dopo e, successivamente, da quello economico, ci saremmo trovati sempre più ad affrontare l’invadenza e l’arroganza crescenti del potere scientifico-tecnologico.

In una intervista del 1991 (I diritti dell’uomo oggi, 14/6/1991,http://www.emsf.rai.it/scripts/interviste.asp?d=529), così, infatti, ebbe ad esprimersi:

“L’età post-moderna è caratterizzata dalla trasformazione tecnologica e tecnocratica del mondo. Dal giorno in cui Bacone disse che la scienza è potere, l’uomo ha fatto molta strada. Mai come oggi, vale il tema di Bacone secondo cui chi più sa più ha potere; oggi però l’uomo sa molto di più di quello che si sapeva ai tempi di Bacone. La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell’uomo sulla natura e sugli altri uomini. Dopo i diritti tradizionali, quelli alla vita, alla libertà ed alla sicurezza, su cui si incontrano le tre correnti principali del nostro tempo, vengono i diritti che nascono tutti dalle minacce alla vita, alla libertà, e alla sicurezza provenienti dall’accrescimento del progresso tecnologico.”

Sta di fatto, però, che sono pochi, anche nel campo degli “addetti ai lavori”, coloro che hanno una adeguata percezione della complessità e della problematicità della nuova stagione di lotte che attende tutti coloro che hanno a cuore il destino dei diritti umani, ovvero quello dell’intera umanità. L’informazione adeguata scarseggia, le competenze necessarie per comprendere la giusta dimensione delle questioni e delle loro implicazioni non può certamente essere alla portata di tutti, e, nello stesso tempo, il mito positivista di scienza e tecnica come forze benefiche e salvatrici, ancora fortemente radicato nel nostro immaginario collettivo, ci induce ad una fiducia che, troppo spesso, sfocia nel fideismo.
Proprio per questo, abbiamo ritenuto di fare cosa utile nel cercare di contribuire ad avviare un dibattito aperto e senza pregiudizi in merito a simili tematiche, servendoci dell’ autorevole disponibilità del prof. Marco Mamone Capria, docente universitario, ricercatore ed epistemologo, con cui abbiamo avuto la fortuna di poter intavolare una ampia discussione su tutta una serie di questioni (quali, ad esempio, il rapporto tra scienza e democrazia, tra scienza e industria bellica, l’efficacia dei vaccini, la legittimità dei trapianti e della vivisezione) in merito a cui, a nostro avviso, occorre che l’opinione pubblica sia informata nella maniera più libera e accurata possibile.

Se è vero, come affermava il già menzionato Bobbio, che “ La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell’uomo sulla natura e sugli altri uomini” , è altrettanto vero che, per sottrarci al dominio sempre più occultamente tirannico di alcuni pochi uomini su tutti noi (e sulle generazioni che verranno), è più che mai necessario che si difenda e si diffonda una conoscenza vera, non filtrata, non manipolata, non censurata.
In questa prima parte della conversazione, ci si soffermerà sul problema della cosiddetta “ortodossia scientifica”, con particolare riferimento al caso dell’omeopatia.

PARTE I – OMEOPATIA

– Professore, prima di ogni altra cosa, penso che sarebbe opportuno fornire alcune informazioni in merito a cosa sia Science and Democracy e a come e quando essa sia nata.

L’idea di organizzare un convegno internazionale sul nesso tra scienza e democrazia è nata nel 2000 da conversazioni tra me e alcuni miei amici, in particolare Ermenegildo Caccese, un fisico matematico dell’università della Basilicata. Ne parlammo allora con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, che ci appoggiò, con quella generosità intellettuale e quello spirito di promozione culturale che sono tipici di questa prestigiosa istituzione. Il risultato sono stati 5 convegni, tutti tenuti a Napoli nella sede dell’Istituto: nel 2001, nel 2003, nel 2005, nel 2008 e nel 2011. Vi hanno preso parte studiosi provenienti da paesi di tutto il mondo: Argentina, Brasile, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Sud Africa, Zambia — oltre che italiani, naturalmente. C’erano però stati due eventi precedenti, pure appoggiati dall’Istituto, che mi avevano indotto a riflettere sulla questione di quanto sia libero il dibattito all’interno delle discipline scientifiche e sui rapporti tra scienziati e cittadini.

Uno di questi si era verificato nel 1996, quando avevo organizzato, insieme a due matematici dell’Università di Perugia, un convegno internazionale intitolato Cartesio e la scienza. Lo scopo era di celebrare il quarto centenario della nascita di Cartesio in modo da resuscitare lo spirito del Discorso del Metodo, piuttosto che per imbalsamarlo con l’approccio “storicizzante” di cui gli accademici sono maestri. Avevamo invitato alcuni notissimi storici della scienza e della filosofia, ma, insieme a loro, sia scienziati attivi con idee “non allineate”, sia quelli che, in seguito, ho deciso di chiamare “laici”: cioè studiosi non professionisti che, però, spesso avanzano argomenti e critiche che meritano di essere presi sul serio, al contrario di come per lo più li si tratta. A prenderli sul serio, in effetti, si è costretti a mettersi nei panni di chi guarda a una certa teoria dall’esterno, piuttosto che in quelli dello scienziato praticante: e questo, per uno scienziato, significa al tempo stesso scendere da un piedistallo e uscire da una gabbia concettuale — esercizi entrambi molto salutari ma poco praticati.

Mi è spesso capitato, sia prima che dopo, di incontrare scienziati di un certo prestigio che non si erano mai posti i problemi che un laico appassionato della scienza trova naturale porsi a proposito di certe teorie, e che non sapevano come trarsi d’impaccio di fronte a una sua domanda. È vero che l’esercizio mentale di mettersi nei panni di chi non conosce argomenti e nozioni che a noi sono invece familiari dovrebbe essere abituale per chi di una certa disciplina è anche insegnante, ma, in effetti, la capacità didattica — questa sintesi di competenza, intuizione psicologica e generosità — è una virtù piuttosto rara tra gli accademici.

– Come la presero gli ospiti accademici a trovarsi in quell’insolita compagnia?

Be’, alcuni non la presero molto bene a vedersi accostati in uno stesso programma a perfetti sconosciuti, e arrivarono fino a rifiutare di concedere il proprio contributo per la pubblicazione nel volume degli atti. Ricevemmo dalla stampa anche due recensioni estremamente negative, una scritta da un professore, oggi molto più noto di allora, che aveva tenuto una relazione su invito, e un’altra di un giornalista “marxista” che ci accusò niente meno che di… fascismo, o qualcosa del genere. Retrospettivamente questi episodi mi fanno sorridere, seppure non senza amarezza, ma all’epoca mi sconcertarono, anche se risposi pubblicamente per le rime a entrambi i “critici”. Il secondo caso mi sembrò e tuttora mi sembra surreale, perché avrebbe dovuto essere evidente che la nostra operazione culturale si situava inequivocabilmente a “sinistra”, almeno per quel tanto che le si poteva attribuire una coloritura politica in senso tradizionale. Ma chiaramente già allora una certa “sinistra” aveva perso la bussola.

– Ma non è forse vero che, per trattare certi problemi, sono necessarie competenze specialistiche?

Certamente, anche se non per ogni problema il massimo livello di profondità oggi accessibile agli specialisti è quello necessario per trattarne significativamente. Per esempio, nei manuali di scuola secondaria superiore si trovano esposte teorie e fatti scientifici a un livello che permette di parlarne sensatamente, di capire una buona parte dei discorsi degli specialisti, e di porre loro domande valide. Inoltre, ci sono molti temi che non richiedono, per essere trattati e compresi, nozioni tecniche particolarmente ardue, e che pure sono di grande interesse per la collettività. Spesso, un’analisi di tipo storico, o nello stile del giornalismo investigativo, del conflitto tra opinioni su una certa questione scientifica, è in grado di scoprire i condizionamenti in atto e quindi individuare l’opinione più probabile, per così dire “al netto dei conflitti di interesse”. “Report”, la trasmissione di Rai 3 a cura di Milena Gabanelli, ha, nel corso degli anni, fornito numerosi ottimi esempi di tali indagini. È estremamente importante che su questioni scientifiche con ricadute sociali ci sia un confronto il più possibile schietto e paritetico tra specialisti e laici, almeno se si vuole dare alla nozione di democrazia un significato sostanziale e non fittizio.

– Può elaborare questo punto?

Il cittadino vive immerso in una realtà sociale fissata in larga misura da decisioni prese sulla base di pareri di scienziati: che senso avrebbe dire che la “sovranità” gli appartiene se si assumesse che su queste decisioni non abbia vera voce in capitolo? I tentativi di convincere i cittadini che non hanno le “competenze” per pronunciarsi su energia nucleare, grandi opere (come la TAV o il ponte sullo stretto di Messina), sanità ecc. sono frequentissimi, anche se oggi sempre meno creduti — e sempre meno credibili, dato che vediamo, si può dire ogni giorno, che movimenti di cittadini riescono a impadronirsi di competenze sufficienti per contrastare opinioni ufficiali con importanti componenti scientifiche.

Del resto, la formazione scientifica permanente dovrebbe essere un obiettivo in qualsiasi società in cui la tecnoscienza entra in maniera così rilevante come nella nostra. Se si finisce in un ospedale per qualcosa di serio, è probabile che ci venga chiesto, prima o poi, di sottoscrivere una dichiarazione di “consenso informato”: ma che valore può mai avere una tale dichiarazione se l’informazione su cui si basa è quella frettolosamente sciorinata al capezzale di un malato? Il contesto socio-culturale che rende il consenso informato un atto di reale partecipazione alle scelte mediche va creato prima, non quando anche i più razionali tra di noi avranno difficilmente il sangue freddo per assorbire, con il necessario senso critico, nozioni del tutto nuove sulle proposte terapeutiche e i rischi connessi…

– Lei prima diceva che c’è anche un problema rispetto a quanto sia libero il dibattito all’interno delle discipline: che cosa intendeva?

Sì, il problema non è solo quello di aprire e proteggere un canale di comunicazione tra scienziati e laici, ma anche di liberare il dibattito all’interno della comunità scientifica. Uno dei meriti dello storico ed epistemologo Thomas Kuhn è stato appunto di divulgare, introducendo i concetti di “paradigma” e “scienza normale”, ciò che chi lavora nella comunità scientifica impara molto presto: e cioè che, se vuole fare carriera o conservare la propria rispettabilità scientifica, è bene che eviti di assumere una posizione troppo critica nei riguardi dei dogmi vigenti nel suo settore. Peggio ancora se queste critiche le presenta in contesti non “protetti”, per esempio su un giornale destinato al grande pubblico o in una conferenza stampa. E badi che non sto pensando solo a scienziati di prestigio medio o basso, ma anche di quelli ai vertici di tale classifica — un premio Nobel, poniamo. Anche loro, se deviano dall’ortodossia, possono ritrovarsi coperti di contumelie dall’oggi al domani, e anche persone nemmeno lontanamente al loro livello sono libere di insultarli — con tutte le conseguenze professionali, tutt’altro che insignificanti, che ciò comporta.

– Può farci qualche esempio?

Qui ne farò uno, e riguarda proprio un “premio Nobel”.1 Luc Montagnier, premio Nobel per la fisiologia e medicina nel 2008, ha, da un paio d’anni, cominciato una rivalutazione degli esperimenti di Jacques Benveniste sulla supposta “memoria dell’acqua”, che erano stati oggetto di una pubblicazione su Nature nel 1988. A lui, sembra che questi esperimenti, che sono stati ferocemente ridicolizzati fino al punto di costare a Benveniste prestigio e finanziamenti, abbiano colto proprietà dell’acqua meritevoli di ulteriore approfondimento. In particolare, secondo gli esperimenti di Montagnier stesso, in acqua estremamente diluita precedentemente entrata in contatto con DNA virale o batterico, sono presenti modifiche strutturali che producono segnali elettromagnetici misurabili. Ebbene, Montagnier è stato fatto segno di attacchi personali, è stato costretto, lui francese, a stabilire il suo laboratorio per queste ricerche a Shanghai — sì, in Cina –, e mi è stato raccontato da persona informata che quest’anno una sua conferenza prevista in una certa università italiana è stata disdetta perché alcuni professori avevano protestato contro l’“assurdo” nuovo indirizzo delle sue ricerche. Non so quanti di questi professori potessero paragonarsi scientificamente con Montagnier, ma, come sono solito dire, a chi voleva portare legna al rogo di un eretico non si chiedeva certo di esibire una laurea in teologia.

– A che si deve, a suo parere, la particolare virulenza di questa reazione?

In effetti, nel caso di Montagnier, come anche in quello di Benveniste, l’acredine delle critiche non si potrebbe spiegare invocando esclusivamente il dogmatismo della formazione degli scienziati (dogmatismo, beninteso, sulla cui esistenza non c’è alcun dubbio, come Kuhn ha sottolineato). In più ci sono due circostanze.

La prima e più ovvia è che gli esperimenti di Benveniste furono interpretati come una specie di riscatto scientifico della medicina omeopatica. Quindi, oggi il prenderli sul serio significa rifiutare l’argomento chimico-fisico tradizionale contro l’efficacia delle diluizioni omeopatiche. È un argomento a priori che permette una delegittimazione dell’omeopatia senza bisogno nemmeno che se ne discutano le credenziali empiriche. Per capirci: se è certo che i maiali non possono volare, non vale la pena perdere tempo ad esaminare le fotografie di sagome suine in mezzo alle nuvole… Naturalmente la differenza con la questione delle proprietà aerodinamiche dei maiali sta nel fatto che qui non è vero l’assunto, e cioè che dell’acqua sappiamo abbastanza da poter escludere a priori effetti come quelli che Montagnier ritiene di aver confermato. In apparente contrasto con il suo essere il composto più comune sulla superficie terrestre, l’acqua è in realtà una sostanza enormemente complicata.

Del resto, se un Montagnier riesce a convivere intellettualmente con l’ipotesi che gli effetti da lui esaminati siano reali, sarebbe come minimo arrogante supporre che gli manchino le conoscenze di base per capire la pretesa assurdità di quell’ipotesi — assurdità che, invece, sarebbe evidente a chiunque abbia seguito appena un corso elementare di chimica… Invece, è perfettamente chiaro che chi prospera sulla vendita di farmaci non omeopatici — un’industria, come è ben noto, dai fatturati multimiliardari — tema lo sdoganamento scientifico dell’omeopatia, e induca i propri rappresentanti nel mondo scientifico a fare terra bruciata attorno a chiunque avanzi argomenti che potrebbero toglierle una grossa fetta di mercato. Questo è un buon esempio di come la scienza, soprattutto in campi come quello medico-sanitario, sia attualmente ostaggio di interessi che con la ricerca della verità hanno davvero molto poco a che fare.

– Ma, secondo Lei, l’omeopatia funziona?

Non ho un’opinione perfettamente definita al riguardo, anche se alcuni esperimenti, come quelli di Vittorio Elia, dell’università di Napoli, sembrano indicare proprietà chimico-fisiche dell’acqua omeopatica che si differenziano nettamente da quelle dell’acqua “normale”. Direi, quindi, che da un punto di vista chimico-fisico le tradizionali obiezioni alla possibilità che le alte diluizioni si comportino in maniera nettamente distinta dalla semplice acqua distillata abbiano ricevuto una confutazione sperimentale abbastanza convincente. È anche il caso di notare quello che non molti sanno, e cioè che merceologicamente è definito “medicinale omeopatico” anche un prodotto, come ad esempio la pomata all’arnica, che contiene una dose non infinitesimale di principio attivo; per inciso, quando alcuni anni fa la comprai per la prima volta e feci notare la stranezza al farmacista che me la vendeva, anche lui apparve sorpreso. Questa pomata, almeno nel mio caso e di alcuni conoscenti, sembra funzionare abbastanza bene contro le contusioni e vari tipi di dolori articolari. Di qui all’efficacia clinica in senso scientifico ce ne corre, ovviamente, ma se, sulla base della mia personale esperienza, ho verificato che un certo rimedio funziona, non darei prova di razionalità se ci rinunciassi perché ne manca una validazione scientifica.

In generale, non credo probabile che un’analisi rigorosa riscatterebbe l’omeopatia, in tutte le sue applicazioni (e, del resto, anche la medicina convenzionale non è tutta raccomandabile). Tuttavia, se ci sono, come ci sono, milioni di persone che utilizzano con soddisfazione prodotti omeopatici, allora sarebbe opportuno che la ricerca su quanto di valido possa esserci in questa pratica fosse lasciata il più possibile libera da divieti aprioristici. Un’affermazione scientifica vale né più né meno delle sue credenziali, e queste includono, in maniera cruciale anche se troppi scienziati fanno finta di non capirlo, il grado di libertà da condizionamenti esterni con cui sono state fatte le ricerche volte a stabilirla o a infirmarla. Ora, se anche un Montagnier diventa “persona non grata” per il fatto di avvicinarsi all’omeopatia, è evidente che scienziati di minor prestigio si guarderanno bene dal prendere anche remotamente in considerazione, nel loro lavoro di ricerca, la possibilità che, per certi aspetti, l’omeopatia sia valida (ciò che pensano o fanno nel loro privato è un’altra questione, e spesso ben diversa). A me sembra chiaro che, dal punto di vista della ricerca scientifica, come di quello della tutela della salute dei cittadini, ciò crea un’atmosfera malsana.

– Aveva detto che, nel caso di Montagnier, c’erano due circostanze…

Sì, l’altra è che Montagnier ha infranto un secondo tabù, e cioè ha ipotizzato che l’autismo (e anche malattie degenerative come il Parkinson, l’Alzheimer e la sclerosi multipla) potrebbe essere legato a una infezione le cui tracce elettromagnetiche nel sangue egli si dice in grado di rilevare. Così molti bambini autistici, nel cui sangue ha rilevato l’“impronta” di DNA batterico, potrebbero, secondo la sua ipotesi, essere curati con cicli ripetuti di antibiotici. E che questa terapia funzioni intende dimostrarlo, con una prova clinica su una trentina di bambini autistici. Probabilmente, molti stanno tremando al pensiero che, se fosse stabilita la correttezza dell’ipotesi di Montagnier, ci si chiederebbe se l’incremento dei casi di autismo negli ultimi decenni in tutti i paesi occidentali non possa essere legato a una causa diffusa di infezione: e quale candidato migliore si potrebbe immaginare se non le campagne di vaccinazioni infantili?

1D. Butler, “Trial draws fire — Nobel laureate to test link between autism and infection”, Nature, vol. 468. p. 743;
M. Enserink, “French Nobelist Escapes ‘Intellectual Terror’ to Pursue Radical Ideas in China”, Science, vol. 330, p. 1732.

PARTE II – VACCINAZIONI PEDIATRICHE

– Sta suggerendo che le vaccinazioni di massa sono una causa ignorata dell’aumentata incidenza di gravi malattie nell’infanzia?

La questione è complicata perché sono tanti sia i contesti socio-sanitari sia le stesse vaccinazioni, che non sono basate tutte sullo stesso principio e non contengono, ad esempio, tutte gli stessi additivi. Sto però dicendo che, se Montagnier ha ragione, una tale ipotesi riceverebbe una rinnovata plausibilità, e che basta questa semplice associazione concettuale a creare nei difensori dello status quo un’immediata e aggressiva reazione di difesa. Comunque sia, che alcune campagne vaccinali abbiano provocato epidemie di malattie di vario tipo, comprese quelle stesse contro cui si cercava di immunizzare, è un fatto storico riconosciuto. 1 Ci sono poi casi discussi, come quello delle vaccinazioni antipolio tra il 1955 e il 1961 che hanno diffuso un virus delle scimmie, SV-402 (come si scoprì nel 1960), tra centinaia di milioni di persone in tutto il mondo. Si tratta di un virus provato cancerogeno in alcune scimmie. E tanto per anticipare un tema su cui torneremo, quello della sperimentazione animale come pretesa base per estrapolazioni agli umani, solo nel 2004 il National Cancer Institute ha dichiarato ufficialmente, in base a studi epidemiologici, che esso non è cancerogeno nell’uomo; la International Agency for Research on Cancer (IARC) deve ancora decidere 3. In ogni caso che un virus, patogeno o no, di una specie sia inoculato in un’altra specie va considerato un esperimento, dagli esiti imprevedibili: però nella fattispecie nessuna autorità sanitaria è mai stata portata in tribunale per averlo fatto. Aggiungo che questa problematica — cioè la contaminazione dei vaccini con virus che potrebbero provocare cancro — è tuttora molto attuale 4.

– Ma ventilare l’ipotesi che iniziative sanitarie come le vaccinazioni di massa possano in qualche modo annidare seri pericoli non rischia di creare una diffidenza tra i cittadini con conseguenze potenzialmente gravi?

Sono d’accordo che tali ipotesi dovrebbero essere discusse approfonditamente prima di darle ufficialmente per vere o probabili, ma, come abbiamo visto, si tratta di ipotesi ben confermate in vari casi. Peraltro, anche le campagne di vaccinazioni, come tutte le altre iniziative sanitarie (per esempio gli screening per qualche particolare malattia), dovrebbero essere discusse e vagliate col massimo rigore, trasparenza e assenza di conflitti di interesse tra i consulenti delle autorità sanitarie.

Purtroppo, ci sono forti ragioni per ritenere che tutto ciò spesso non avviene. Il caso del vaccino dell’influenza suina, quella dovuta al virus H1N1, è a questo proposito esemplare, e ha suscitato all’inizio del 2010 violente accuse anche da parte del Parlamento Europeo 5, che ha criticato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per come ha affrontato la presunta “pandemia”. Com’è noto, il primo passo era stato modificare il significato stesso di “pandemia” 6: l’OMS aveva eliminato dalla definizione le condizioni di alta incidenza e alto tasso di mortalità. Però i media continuavano a parlare di pandemia con le stesse connotazioni di gravità associate al significato tradizionale del termine… Quanto alla sicurezza ed efficacia della vaccinazione “anti-suina” di massa, le parole più sensate mi sono parse quelle pronunciate il 5 novembre 2009 dal ministro della Sanità polacco 7, che ha subodorato e denunciato la «truffa», come l’ha definita, in tempo8 perché il suo paese non sperperasse enormi cifre per l’acquisto di milioni di dosi di vaccino, poi rimaste in altri paesi (come il nostro) largamente inutilizzate 9. Per inciso, a proposito della normale vaccinazione antinfluenzale, non solo ci sono seri dubbi sulla sua efficacia 10, ma sono emersi dati che suggeriscono che vaccinare ogni anno i bambini possa ridurre la resistenza 11 del loro sistema immunitario ad altri ceppi di virus influenzali.

Insomma, va sottolineato che l’adesione a un’iniziativa sanitaria sbagliata può avere conseguenze negative (la più ovvia è lo spreco di risorse) né più né meno del rifiuto diffuso di aderire a un’iniziativa sanitaria giusta. Non è che l’intenzione buona renda automaticamente corretta un’azione! Per non dire che nemmeno la “bontà” dichiarata di un’intenzione può sempre essere data per genuina: è strano che le autorità (politiche, scientifiche ecc.) e i loro amplificatori nei media pretendano che i cittadini omettano nei loro riguardi quei minimi controlli e cautele che ognuno di noi applica quotidianamente nelle più semplici operazioni, quando è in gioco infinitamente di meno che la nostra salute — come ad esempio quando compriamo un elettrodomestico. In ogni caso, bisogna ricordare, e sottolineare con forza — perché i principali media cercano in tutti modi di farcelo dimenticare — che le vaccinazioni possono causare malattie gravissime.

– Ma questo è un fatto riconosciuto o sostenuto da una minoranza, diciamo così, “eretica”?

È ufficialmente riconosciuto. Lo è a tal punto che in Italia esiste da quasi vent’anni una legge, la n. 210 del 199212, che prevede il risarcimento per i danni da vaccino: il suo titolo è “Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni”. Ce n’è poi un’altra, più recente, intitolata “Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie”, che è la n. 229 del 200513. La frequenza di tali gravi danni da vaccino è materia controversa, ma l’approccio razionale e umanitario sarebbe di calcolare il rapporto costi/benefici per ogni vaccinazione, per ogni comunità e per ogni individuo. Capisco che per chi i vaccini li produce è molto meglio essere sicuro di poterne vendere decine di milioni di dosi, ma il suo interesse non dovrebbe avere la priorità nel decidere se promuovere o no una campagna vaccinale. Certo, è paradossale che in questi tempi, in cui tanto si parla di medicina personalizzata 14, si possano proporre gli stessi trattamenti vaccinali a decine o centinaia di milioni di individui…

Bisogna poi tenere presente che i vaccini, in particolare quelli destinati all’infanzia, non sono somministrati in base alla stessa logica che presiede alla somministrazione dei normali farmaci. Un farmaco viene prescritto a una persona che sta male, quindi è in linea di principio ragionevole che accetti il rischio di effetti collaterali in cambio della promessa di guarire o almeno di stare sostanzialmente meglio. Un vaccino, invece, lo si somministra a una persona sana, che potrebbe non entrare mai in contatto con il fattore patogeno pertinente e che, in molti casi, può adottare semplici misure per proteggersi da tale contatto: si pensi proprio all’influenza, e all’importanza preventiva della semplicissima regola del lavaggio delle mani ed eventualmente di bocca e faccia. Ora trasformare una persona sana, anche fosse una su un milione, in un cadavere o in un disabile a vita, come purtroppo è avvenuto…

– Scusi se La interrompo, ma vi sono stati realmente casi del genere, intendo “certificati”?

Sì, anche se i media ne parlano rarissimamente, e comunque astenendosi rigorosamente dal tornare sul tema se per caso l’hanno toccato una volta. Uno dei migliori testi al riguardo, sebbene datato, è ancora Vaccinazioni – l’altra faccia della medaglia, una rassegna stampa “ragionata” pubblicata da Macro nel 1991, e curata da Paolo Bigatti, un genitore che aveva rifiutato di vaccinare la figlia. Aggiornamenti si trovano in un articolo da me pubblicato di un professore di storia e filosofia 15. Un caso tragicamente celebre tra chi si occupa di questa problematica, ma non così noto come meriterebbe, è quello dei figli del signor Giorgio Tremante 16, al quale è stato necessario uno straordinario impegno personale per ottenere il riconoscimento dei gravissimi danni vaccinali subiti da tre dei suoi figli, due dei quali hanno perso la vita in seguito alle vaccinazioni antipolio mentre un terzo ne ha derivato una disabilità permanente. Dicevo che trasformare una persona sana, anche fosse una su un milione, in un cadavere o in un disabile a vita, è qualcosa che si dovrebbe fare ogni sforzo per evitare. Come minimo si dovrebbe elaborare per ogni vaccino un test preliminare per stabilire l’eventuale vulnerabilità dell’individuo da vaccinare rispetto ai principi attivi e/o agli altri ingredienti del vaccino stesso. Invece, ai genitori che vanno a far vaccinare i propri figli (parlo sulla base di numerose testimonianze) non si fa vedere nemmeno il “bugiardino” del vaccino che sta per essere somministrato — cioè non si permette di visionare la lista delle controindicazioni che la stessa ditta produttrice è tenuta ad allegare alla confezione. Questo è sicuramente inaccettabile, anche se attualmente accettato, credo non molto consapevolmente, dalla stragrande maggioranza dei genitori. Dire che questo tipo di conformismo è un bene per la comunità è non solo cinico, ma contraddice il carattere individuale del diritto alla salute, esplicitamente enunciato nell’articolo 32 della nostra Costituzione. Quanto ai tribunali, le sentenze attuali tendono a riconoscere ai genitori che non intendono vaccinare i propri figli (ovviamente per timore di danni, non per dimenticanza o trascuratezza) la legittimità della loro precauzione 17.

– Qual è la stima dei bambini che oggi in Italia sono stati vittime di danni da vaccino?

È molto difficile fare una stima precisa, perché le autorità sanitarie, per non dire delle industrie farmaceutiche, non si sono mai impegnate in un monitoraggio aggiornato e pubblico dei danni da vaccino gravi e dei decessi. Tuttavia un vero esperto dell’argomento, il dottor Dario Miedico 18, di Medicina Democratica, ipotizza che la cifra si aggiri sui 100-150.000 casi. Ovviamente senza considerare i danni meno gravi, e molto più diffusi, come allergie, intolleranze, eczemi ecc.

– Ma come mai i medici sono riluttanti a dare informazioni in merito?

Be’, una prima risposta è che a volte lo fanno, direttamente e indirettamente. Ci sono libri specifici che sono stati scritti da medici, come quello di Gerhard Buchwald, Vaccinazioni – Il business della paura (CIVIS, 2000), che secondo me dovrebbe essere una lettura obbligata per i pediatri. Poi, per citare un esempio recente 19, la metà dei medici di base si sono rifiutati di vaccinare i propri pazienti contro l’influenza “suina”, e solo il 40% di loro si è vaccinato: e si noti che questa percentuale è il triplo di quella di quanti si sono vaccinati tra i medici ospedalieri, cui si direbbe debba premere ancor più la propria incolumità durante la stagione influenzale. Mi sembra un messaggio abbastanza chiaro…

– Pensavo però a prese di posizione più ufficiali…

Su queste è difficile aspettarsi granché, anche se qualche presa di posizione individuale, ispirata a cautela, ogni tanto capita di trovarla 20. Aspettarsi molto di più, però, sarebbe ingenuo. Il caso del dottor Wakefield è da questo punto di vista chiarificatore. Oggi lo si sente citare a sproposito 21 come un tipico esempio di ricercatore fraudolento, ma la sua storia getta in realtà un’ombra cupa sull’operato dell’intero sistema medico-sanitario internazionale.

– Può parlarcene?

Andrew Wakefield è un gastroenterologo inglese che lavorava presso il Royal Free Hospital di Londra. Nel 1998 pubblicò sulla prestigiosa rivista The Lancet un articolo 22 insieme a 12 collaboratori, nel quale riportava i casi di 12 bambini che, dopo aver ricevuto la vaccinazione trivalente contro morbillo, parotite e rosolia (MMR, dalle iniziali inglesi), avevano mostrato sintomi di infiammazione intestinale e di autismo. Data la natura della ricerca, del tipo “descrizione di una serie di casi analoghi”, l’articolo si limitava a suggerire, come possibilità degna di studio, che il vaccino trivalente fosse implicato nella patogenesi dell’autismo in quei bambini. La sera del giorno della pubblicazione ci fu una conferenza stampa nel corso della quale un giornalista chiese a Wakefield che cosa consigliava ai genitori di fare, al momento, in relazione alla vaccinazione trivalente. Wakefield rispose che come misura precauzionale, e finché nuovi studi non avessero confermato o confutato l’ipotesi, sarebbe stato opportuno utilizzare i vaccini univalenti, come si faceva in passato. Insomma, non certo l’arringa di un arruffapopoli.

– In effetti non sembrerebbe….

Ebbene, secondo quello che a mio parere è il massimo esperto del caso Wakefield, lo scrittore britannico Martin Walker23, più volte intervenuto ai convegni di “Scienza e Democrazia”, fu proprio l’indicazione di Wakefield di preferire i vaccini univalenti contro quelli multipli a segnare la fine della sua carriera. Da allora in poi cominciò nei suoi riguardi una vera e propria persecuzione, con il taglio dei finanziamenti e l’interruzione del contratto con il Royal Free Hospital. Nel 2002 Wakefield si vide costretto a emigrare, con la famiglia, negli Stati Uniti. Nel febbraio del 2004 un giornalista del Sunday Times lo attaccò in un lungo articolo. Tra le accuse, c’era quella di aver eseguito procedure pericolose su bambini; quella di aver effettuato una sperimentazione non autorizzata da un comitato etico; quella di aver manipolato i dati clinici, perché i bambini in osservazione sarebbero stati sì autistici, ma senza infiammazioni intestinali; quella di non aver dichiarato un duplice conflitto di interessi: essere perito di parte per genitori che avevano intentato una causa per risarcimento di presunti danni provocati dal vaccino, e aver brevettato un suo vaccino in concorrenza con quello sotto accusa; eccetera eccetera. Il giornalista del Sunday Times invocava un’azione giudiziaria contro Wakefield, e di fatto questa ci fu: il General Medical Council iniziò il processo nel 2007 a carico suo e di due altri autori dell’articolo di Lancet, muovendogli un’ottantina di capi d’accusa. Il processo durò il tempo record di 3 anni e si concluse nel febbraio 2010 con una sentenza di colpevolezza su tutta la linea. Wakefield fu radiato dall’ordine dei medici e il famoso articolo, insieme ad un altro collegato, fu marchiato con una scritta d’infamia in rosso “RETRACTED” nei siti delle corrispondenti riviste. Ovviamente in questi tempi di internet il rogo dei libri in versione informatizzata è impossibile, ma lo spirito era quello. Ora, per i dettagli della questione giudiziaria e le scorrettezze del processo, inclusi pesanti conflitti di interesse a carico dei giudici, rinvio ai numerosi contributi di Martin Walker, che fu presente a ogni seduta del processo, e anche al libro di Wakefield stesso (Callous Disregard, 2011), che, pur essendo ovviamente “di parte”, contiene molta documentazione oggettiva, sicuramente sufficiente perché ognuno possa farsi un’opinione per conto proprio — direi che questi sono scritti di cui prescrivere la lettura a tutti i giornalisti che si occupano di medicina. Quello che qui mi preme sottolineare, e che a un osservatore senza pregiudizi appare evidente, è il carattere clamorosamente “esemplare”, nel senso peggiore del termine, di questa sentenza: si è cioè voluto punire Wakefield in maniera tale da soffocare a tempo indefinito qualsiasi tentativo di riproporre in sede scientifica un nesso causale tra vaccinazioni e malattie infantili — e anche da rendere più difficile le cause di richiesta di risarcimento per danni da vaccino. In effetti, dopo quello che è successo a lui, quale ricercatore oserà puntare un dito accusatorio contro un vaccino? Ecco perché il fatto che sul numero del 10 novembre scorso di Nature si dia ufficialmente notizia dell’emergere di seri dubbi circa le accuse di frode a carico di Wakefield 24 non mi colpisce più di tanto: il più è ormai già avvenuto, e anche una riabilitazione di Wakefield non modificherà gli effetti di questa vittoriosa prova di forza dell’establishment medico-farmaceutico.

1 http://en.wikipedia.org/wiki/Polio_vaccine#Iatrogenic_.28vaccine-induced.29_polio

2 http://en.wikipedia.org/wiki/SV40

3 http://monographs.iarc.fr/ENG/Meetings/vol104-participants.pdf

4 http://www.i-sis.org.uk/fluVaccinesCancerRisks.php

5 http://www.wodarg.de/english/2948146.html

6 http://www.spiegel.de/international/world/0,1518,637119,00.html

7 http://www.disinformazione.it/influenza_morti.htm

8 http://www.lefigaro.fr/flash-actu/2009/11/06/01011-20091106FILWWW00529-la-pologne-refuse-les-vaccins-h1n1.php

9 http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=5153

10 http://www.bmj.com/rapid-response/2011/10/31/how-useful-are-flu-vaccines

11 http://abcnews.go.com/blogs/health/2011/11/29/flu-shots-may-build-fewer-antibodies-in-kids/

12 http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_normativa_1556_allegato.pdf

13 http://www.parlamento.it/parlam/leggi/05229l.htm

14 http://www.medicina-personalizzata.it/?pid=3

15 http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/nuocontri_1/debernardi_rev.pdf

16 http://www.tremante.it/

17 http://www.comilva.org/public/data/csi004/2011109174759_SENTENZA_C.App.NAPOLI_sett._2011.pdf

18 http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/nuocontri_2/miedico.pdf

19 http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/nuova-influenza-5/medici-vaccino/medici-vaccino.html

20 http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/24/ci-faremo-influenzare-dai-vaccini/165947/

21http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/14/sono-inventato-tutto-fallito-confessione-luminare-imbroglione/170688

22 http://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(97)11096-0/fulltext

23 http://www.dmi.unipg.it/mamone/sci-dem/nuocontri_2/walker_wakefield.pdf

24 http://www.nature.com/news/2011/111109/full/479157a.html

*Marco Mamone Capria (www.dmi.unipg.it/mamone), dottore di ricerca in matematica, è ricercatore presso l’Università di Perugia. Insegna Meccanica Superiore per il Corso di Laurea in Matematica, dove ha anche insegnato Epistemologia, e ha insegnato Storia ed Epistemologia della Matematica e delle Scienze per tutti e 9 i cicli della SSIS (Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario) dell’Università di Perugia. Ha fatto parte per due trienni del Comitato Etico di questa università. Ha organizzato diversi convegni internazionali.

È autore di studi su questioni di fondamenti della fisica, di metodologia e applicazioni delle scienze biomediche, di epistemologia e di storia della scienza; su questi temi ha tenuto numerose conferenze. Coordina il progetto “Scienza e democrazia” ed è dal 2007 presidente della Fondazione Hans Ruesch per una Medicina senza Vivisezione.

Tra i libri usciti a sua cura:
Scienza e democrazia, Napoli, Liguori (2003)
Scienza, poteri e democrazia, Roma, Editori Riuniti (2005)
Physics Before and After Einstein (Amsterdam, IOS)
Hans Ruesch, La medicina smascherata, Roma, Editori Riuniti (2005)
Hans Ruesch, La figlia dell’imperatrice, Viterbo, Stampa Alternativa (2006)

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