Veterinari e antibiotici, Dossier OMS

(Fonte: Anmvi@ggi)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato il dossier Tackling antibiotic resistance from a food safety perspective in Europe. Delineate le strategie per un uso prudente e individuate le azioni di intervento in medicina veterinaria. Gli antibiotici, introdotti in medicina veterinaria negli anni Cinquanta, trovano oggi maggiore impiego negli animali che negli uomini. L’OMS fornisce una serie di dati, sulla somministrazione a scopo terapeutico, profilattico e per la crescita di questa categoria di medicinali, in relazione al grande numero di animali allevati a scopo alimentare e alla produzione industriale di mangimi. [leggi l’articolo >>]

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Commento:

Circa le proposte dell’OMS sul razionale utilizzo dell’antibiotico, l’Unione Medicina Non Convenzionale Veterinaria (www.umncv.it) e la Società Italiana di Omeopatia Veterinaria hanno più volte espresso la necessità di tenere in considerazione le Medicine Non Convenzionali quali trattamenti terapeutici volti a minimizzare l’utilizzo dell’antibiotico per la cura delle patologie al quale si associa la nota mancanza di residui (metaboliti tossici) dei prodotti di origine animale e nell’ambiente.

Riporto qui dei riferimenti:

  • Da UMNCV: Comunicato stampa sul farmaco omeopatico (>>)
  • Da SIOV: Primo Workshop Nazionale Farmaci, Salute e Ambiente: una intrusione non calcolata (>>)
  • Da UMNCV del 14 Settembre 2010: Le produzioni di tipo Biologico inizialmente si sviluppano in modo spontaneo senza riferimenti normativi e svincolati dalle leggi di mercato. Dagli anni ‘60 in poi i crescenti danni ambientali e una diversa consapevolezza su come e cosa mangiare, sono da soli sufficienti a spingere verso un’agricoltura ed un allevamento dove il ricorso alla chimica sia ridotto e maggiormente controllato. In quegli anni nasce un vero mercato del biologico, sempre più ampio, differenziato, rivolto al Nord Europa. Negli anni ‘70 si sviluppano i sistemi di controllo e di certificazione.

    Le radici del moderno biologico vanno ricercati nel pensiero di Rudolf Steiner, iniziatore della Medicina Antroposofica che parla di Agricoltura Biodinamica, di Sir Albert Howard che in Inghilterra è il primo a parlare di Agricoltura Organica, e di H. P. Rusch e H. Muller, i primi autori ad impiegare la terminologia di Agricoltura Biologica.

    La terminologia assume carattere specifico nei diversi Paesi;  più precisamente si parla di Organic nei Paesi Anglofoni; Ecologico in Spagna, Danimarca, Germania, Svezia; Biologico in Italia, Francia, Grecia, Olanda, Portogallo.  Con i diversi termini va inteso sempre ciò che viene ottenuto, pianta o animale, attraverso un metodo produttivo che non ricorra ai prodotti di sintesi e che rispetti una serie di norme che vincolano il produttore nel modo di operare.

    La International Federation of Organic Agricolture Movements (IFOAM) ha fornito la migliore definizione di biologico: “Tutti i sistemi agricoli che promuovono la produzione di alimenti e fibre in modo sano socialmente, economicamente e dal punto di vista ambientale. Questi sistemi hanno come base della capacità produttiva la fertilità intrinseca del suolo e, nel rispetto della natura delle piante, degli animali e del paesaggio, ottimizzano tutti questi fattori interdipendenti. L’agricoltura biologica riduce drasticamente l’impiego di input esterni attraverso l’esclusione di fertilizzanti, pesticidi e medicinali chimici di sintesi. Al contrario, utilizza la forza delle leggi naturali per aumentare le rese e la resistenza alle malattie”.

    Più in specifico per Zootecnia Biologica si deve intendere il condurre un allevamento che sia rispettoso dell’animale, dell’ambiente e del consumatore, al fine di ottenere alimenti che abbinino un elevato valore nutrizionale ed igienico ad un minor impatto ambientale.

    Oggi queste attività agro – zootecniche rappresentano la risposta più efficace alle problematiche emerse con le coltivazioni ed allevamenti intensivi e dunque con  i problemi indotti dalla globalizzazione.

    L’attuale sistema produttivo bio – tecnologico, improntato principalmente a logiche simil – industriali di mercato, sembrava aver risolto i problemi di quantità delle produzioni alimentari ed ha risposto alla esorbitante domanda di distribuzione dei Paesi occidentali, ma gli obiettivi perseguiti hanno mostrato numerosi punti critici e le fallite aspettative.

    Gli operatori agro – zootecnici ed i consumatori, con crescente consapevolezza,  hanno dunque iniziato ad interrogarsi sulla valenza etica delle produzioni alimentari esasperate dallo sfruttamento ambientale ed animale, ma anche sulla qualità degli alimenti così ottenuti.

    Le più recenti crisi alimentari, dalla BSE all’Influenza Aviare, l’elevato numero di problemi connessi alla contaminazione chimica degli alimenti, le frodi commerciali di un mercato poco vigilato e senza regole, hanno fatto emergere come sia fondamentale raccordare fra loro qualità, produttività, sicurezza ed ecologia.

    Attualmente i rischi emergenti negli alimenti riguardano le più diverse matrici alimentari: Pesci (Cadmio – Mercurio), Carne (Enterobacteriaceae, Salmonella, Stafilococchi, Escherichia coli 0157), Latte.

    il degrado degli ecosistemi e gli imponenti rischi connessi hanno evidenziato in modo particolare il ruolo primario che il biologico assume nella preservazione della biodiversità: le fattorie che passano dagli attuali metodi di agricoltura a quelli biologici vedono in breve tempo l’aumento di biodiversità misurata come incremento del numero di specie presenti, dai batteri alle piante fino ai mammiferi e agli uccelli. I metodi di coltivazione naturali influiscono positivamente sulla biodiversità in tutte le tappe della catena alimentare e l’impiego di tecniche di coltivazione naturale si accompagna alla pratica dell’allevamento, diversificando così ulteriormente la presenza di habitat sui terreni agricoli che si arricchiscono di specie animali e vegetali.

    Questo nuovo modo di intendere le produzioni alimentari soddisfa anche i principali punti della Dichiarazione di Interlaken (2007): accumulare risorse genetiche animali in funzione dell’alimentazione e dell’agricoltura, per l’approvvigionamento degli alimenti per il periodo attuale e per il futuro; intervenire su conservazione, uso sostenibile e sviluppo delle risorse genetiche animali; supportare le comunità rurali (indigeni, pastori, piccoli allevatori) in funzione di una ben precisa responsabilità etica: assicurare la disponibilità delle risorse genetiche per le generazioni future.

    Sempre dallo stesso documento, dal “Millennium Development Goals” è importante evidenziare due punti: Punto 1 – Eradicare Povertà e Fame; Punto 7 – Agevolare ovunque lo Sviluppo Sostenibile, tra loro strettamente connessi e che si realizzano attraverso un omogeneo sviluppo economico; attraverso conoscenze degli obiettivi sociali, culturali, ambientali che possano coniugare tradizione e modernità convogliandole in precise conoscenze tecnologiche in grado di dare vita ad una gestione integrata delle risorse naturali per un’applicazione ottimale di un sistema agro – ecologico.

    In particolare per  gli animali i problemi derivano dall’allevamento industriale che esalta tecnopatie, patologie condizionate, medicalizzazione, iatrogenesi, residui, inquinamento, trasformazione( riscaldamento globale).

    Grazie alla cultura del biologico ed esigenze ecocompatibili è stato possibile elaborare e realizzare progetti di sviluppo sostenibile a chilometro – zero per produzioni agro – alimentari che trovano il consenso di produttori e consumatori.

    Dunque le produzioni biologiche rappresentano non tanto un vezzo o una semplice richiesta di qualità da parte di consumatori esigenti, quanto piuttosto una maggiore consapevolezza sulle dinamiche socio – culturali, ambientali ed economiche del sistema produttivo di cui l’alimentazione è un fondamento imprescindibile e da cui dipende drammaticamente il grado di salute sociale.

    Le produzioni biologiche possono contribuire enormemente al riequilibrio di un consumo sregolato ed eccessivo di alimenti e indurre una consapevolezza alimentare da parte dei consumatori determinante per la loro salute.

    Sul piano della sicurezza alimentare le produzioni biologiche offrono una incontestabile garanzia per quanto riguarda i residui di sostanze chimiche come fitofarmaci e farmaci veterinari, anche se non sono esenti dal rischio di contaminanti ambientali (ammine aromatiche, idrocarburi policiclici aromatici, fotoiniziatori – ITX, diossine, rifiuti).

    Da qui la necessità di una serie di controlli di filiera: l’identificazione dei prodotti animali deve essere garantita per tutto il ciclo di produzione, preparazione, trasporto e commercializzazione.

    Il biologico appare essere anche la più concreta alternativa alle produzioni di organismi Geneticamente Modificati (OGM): nel corso degli ultimi dieci anni sono stati messi a punto un’immensa quantità e varietà di “prodotti” modificando il genoma di insetti, pesci, bovini, maiali, topi; l’immissione di animali modificati può recare molti e gravi problemi per la salute e l’ambiente. Va ricordato infatti che la modifica introdotta in una specie animale può rimanere stabile, e può dunque avere un interesse economico, solo con il ricorso alla riproduzione clonata, poiché la riproduzione naturale tende a far scomparire la modifica. Con la clonazione la produzione è anche più veloce e più uniforme, diventa una vera produzione industriale. Ma questa visione riduzionista della vita, che assimila un essere vivente ad una macchina (da “inventare”, brevettare, utilizzare come un prodotto qualsiasi) sta rivelandosi fallimentare sia nel campo delle biotecnologie vegetali che in quello, ancor più rischioso, delle modifiche genetiche negli animali. La manipolazione genetica e la clonazione sono tecniche imprecise, che portano a innumerevoli disastri: aborti spontanei, feti nati morti, malformazioni, decessi prematuri. Lo stesso lan Wilmuth, il biologo scozzese che nel 1997 clonò la pecora Dolly, ha affermato pubblicamente che il processo stesso di clonazione introduce disfunzioni genetiche che rendono impossibile ottenere cloni sani.

    Dal rapporto Biobank 2009  (www.biobank.it) ci arrivano dati confortanti e stimolanti riguardo all’andamento del mercato del biologico nel triennio 2006-2008.

    Da indicazioni del panel ISMEA – NIELSEN l’andamento dei consumi di prodotto biologico  in Italia è pari a circa 350 milioni € / anno, mentre il valore complessivo delle vendite di prodotto biologici  in Europa risulta pari circa  a 1,5 – 2 miliardi di € / anno.

    I GAS (Gruppi di Acquisto Solidale – www.retegas.org) sono aumentati del 66 % e dagli ultimi dati sembra che rappresentino oltre 100.000 persone. Per quanto riguarda la vendita diretta da parte delle aziende in tre anni si è verificato un incremento del 47%.

    Gli agriturismi aumentano del 40 % ed anche l’e – commerce del biologico vede aumenti consistenti, e così mense, ristoranti,  mercatini del biologico.

    Questi dati sono significativi e rappresentano per le professioni , tra cui  quella  veterinaria, una opportunità di lavoro sostenibile compatibilmente con le problematiche emergenti.

    Il biologico si trova stabilmente anche nella grande distribuzione e ciò indica che le produzioni ci sono e possono solo essere migliorate e implementate. Grazie all’e -commerce, i GAS, i mercatini, anche  i prezzi del biologico sono competitivi con i prodotti derivati dall’allevamento intensivo.

    Proprio negli allevamenti biologici trovano il loro “naturale” impiego le Medicine Non Convenzionali (MNC) che ampliano la possibilità dell’approccio clinico e terapeutico e con risultati di grande rilievo in Omeopatia, , Fitoterapia, Floriterapia, Agopuntura Veterinaria.

    Le evidenze sulle produzioni di latte negli allevamenti biologici dimostrano come l’utilizzo delle MNC sia in grado di sostenere e contrastare efficacemente anche il manifestarsi in forma acuta di inevitabili manifestazioni cliniche di patologia comunque verificabili anche nelle condizioni più ideali di allevamento. Analoghe esperienze sono state evidenziate anche per le parassitosi.

    Del resto anche per la medicina dell’uomo, l’impiego delle MNC da parte dei cittadini italiani ed europei è in continuo aumento e ciò testimonia della validità di queste discipline mediche: il Seventh Framework Programme per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Unione Europea ha inserito le MNC nel processo del miglioramento della qualità della vita dei cittadini e ne ha promosso la ricerca e lo sviluppo.

    E’ pertanto auspicabile che le istituzioni deputate alla ricerca ed alla sicurezza alimentare prendano in seria considerazione l’impiego delle MNC nel settore veterinario.

    La World Health Organization si è pronunciata a favore delle MNC in quanto discipline mediche di indubbio valore ed in grado di determinare una riduzione nella spesa sanitaria nazionale sia dei Paesi progrediti che di quelli in via di sviluppo, proprio in virtù della loro peculiare applicazione clinica; il ricorso alle MNC risulta essere elettivo per gli animali adibiti all’allevamento biologico in quanto i trattamenti con queste discipline permettono di effettuare interventi terapeutici e profilattici senza essere dannosi per gli stessi ed evitano la presenza di residui nei prodotti alimentari di origine animale salvaguardando la salute e le scelte di qualità del consumatore. Infine le MNC si pongono non come alternativa all’allopatia, ma come necessario completamento in un sistema clinico che, affiancando tra loro le diverse discipline mediche, potenzi l’atto medico finalizzato al raggiungimento del benessere, della salute animale, di quella umana e dell’ambiente.

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