Omeopatia e medicina veterinaria, dr. David Satanassi

Il crescente interesse per le medicine olistiche in campo veterinario necessita di alcuni suggerimenti ai neofiti concernenti la buona pratica medica da una parte, e dall’altra il loro avvicinamento alla conoscenza filosofica, intesa nella sua accezione più radicata,come l’uso del sapere a vantaggio dell’uomo.

Linee guida
La medicina veterinaria vive oggi il divario sul piano etico e pratico di due tendenze contrapposte: la prima corrisponde alla mancanza di criteri filosofici di riferimento nelle scelte terapeutiche e nei percorsi prognostici; la seconda è una crisi di identità originata dal mutato rapporto zoo-antropologico che richiede alla figura del veterinario nuove competenze che non lo riguardavano ieri, e che oggi possono essere acquisite a condizione che nei percorsi accademici si inseriscano programmi di studio portatori di conoscenze adeguate a questa nuova materia scientifica avente per argomento questo rapporto delicato,problematico, di nuova edizione. Il problema principale è rappresentato dalla UMANIZZAZIONE dell’animale. Il vistoso fenomeno ha avuto una sua ricaduta sulla medicina veterinaria, creando un disagio che si manifesta nella pratica di una professione priva di una identità che corrisponda al nuovo ruolo del veterinario come interprete e risolutore dei disagi, delle difficoltà, delle devianze reciproche, del rapporto zoo-antropologico.La situazione complessa che si è creata richiede il contributo illuminante ed orientativo di un basilare principio filosofico. Alla classe veterinaria vengono richiesti un sostegno ed una competenza socio-psicologica che esulano dai fondamenti della medicina parallela, assai diversa nei suoi punti cardine.
La necessità di una filosofia medica
Entriamo nel vivo del discorso citando un filosofo del ‘700, il Rousseau, ispiratore inconsapevole della Rivoluzione Francese, il quale esortava gli educatori in questo modo: ” Lasciate che il fanciullo sia fanciullo prima di essere uomo … ”, e successivamente : ” Discat a puero magister…”.Queste sono l e frasi dirompenti della rivoluzione copernicana in pedagogia. Tutto il pensiero è retto dalla intima convinzione che non ci può essere miglioramento del mondo se l’uomo sociale, o storico, non riattinge le ragioni del suo essere e del suo farsi, ripartendo dall’uomo naturale che è rappresentato in carne ed ossa dal bambino, il più vicino alla natura umana primigenia, e alla sua innocenza o alla sua genuinità. Dal bambino possiamo passare all’animale nel suo stadio naturale, e quindi rivisitato nella condizione primigenia della sua salute, per poi considerare la malattia come frutto unicamente del condizionamento.Da questa convinzione abbracciata come argomento di fede, muove il primo passo una rinnovata medicina veterinaria che creandosi il vero ruolo che oggi le compete, testimonia la propria rigenerazione culturale e professionale, proclamando con onestà intellettuale che l’animale è assai più sano dell’uomo.Da questa comune auspicabile osservazione si dipana tutta una serie di applicazioni totalmente diverse che contemplano nella fase iniziale modi di essere di medicina preventiva vera sui quali potrebbe convergere anche l’uomo assumendo il modello animale come esempio e così creare la base su cui sviluppare una medicina preventiva autentica non più esercitata nella paura della malattia, ma al contrario, costituendo come suo riferimento un modello di salute. Ecco il principio base di una vera rivoluzione.

Alla luce di questo principio potremo notare che gli animali “da compagnia” in realtà diventano “da solitudine”, a seconda di come si sposti il punto dell’osservatore, e che i veterinari impegnati nella cura dei “pet’s”, si trasformano in “antropologi” capaci di indicare percorsi di salute anche all’uomo e di illustrare e spiegare le implicazioni nei più vicini beniamini come un “ proving domestico ” o come monito sui rischi connessi con uno stile di vita e di emozioni piuttosto che un altro. Altro caposaldo di questa rivoluzione professionale di natura filosofica è la presa di coscienza di uno status animale immune da malattia o , viceversa, del suo contrario, e cioè che l’animale nasca con un’imperfezione naturale che lo porti inesorabilmente verso la malattia come preludio procrastinato alla morte. A questo proposito dobbiamo avvertire che storicamente tutti i medici , ed intendiamo di umana, erano filosofi, preso atto che la prima materia di studio era appunto la filosofia. Considerata nella sua accezione più estesa, la filosofia, come sostanza del sapere a vantaggio dell’uomo, consentiva varie possibilità di scelta delle metodologie ritenute le più idonee a conseguire il fine supremo: la salute del paziente. L’abbandono di tale prassi è avvenuto con l’affermarsi del meccanicismo, che ispirando il criterio scientifico della scomposizione delle singole parti, ha specializzato la medicina distogliendola dalla concezione unitaria dell’ “individuo”, il cui etimo chiaramente ci riporta al termine “indivisibile”. Una volta frantumata quell’unità, ci si è sbarazzati della stessa ecatologia medica avente come fine ultimo l’individuo nella sua interezza psicofisica, e le condizioni per conservarla. Il meccanicismo ha dettato i principi ispiratori della statistica, delle misurazioni, e dei parametri fautori di metodiche diagnostiche estranee alla esigenza di una sintesi ontologica che contenga in sé ogni considerazione del conflitto come causa prima di malattia. E così per l’applicazione di un criterio meccanicistico l’alterazione di un parametro spesso diviene la leva sulla quale cercare il pertugio forzato per mettere in discussione la salute nella sua totalità. Anche in assenza di sintomi oggettivi talvolta si giunge all’efferatezza di salvare la diagnosi ad ogni costo: anche con il sacrificio della vita dello stesso paziente. Così la scienza mostra il suo lato debole, poiché come in medicina si scontra con fenomeni che potrebbe riuscire a spiegare alla dura condizione di mutare radicalmente se stessa.

Il significato della malattia: la lettura semantica
La mancata presa di coscienza della causalità degli eventi sintomatici allontana la medicina dallo studio del nesso causale, e quindi dalla lettura della malattia e della sua concezione mediante l’aiuto offerto dal suo stesso significato semantico custodito nel valore della sua definizione latina: “ Malum augere ”, cioè aver agito male … E’ quindi necessaria la conoscenza di una filosofia medica, per permettere alla professione di esprimere sia capacità diagnostiche in senso lato, cioè “conoscere per mezzo di cose”, e, allo stesso tempo, per far mantenere all’arte medica lo spirito di estrapolare, oltre la semplice applicazione, l’intuizione di significati, in maniera che dalle osservazioni si possa modificare la condotta adattativa, e quindi l’evoluzione.
L’applicazione protocollare porta alla mera esecuzione di ciò che invece dovrebbe nascere come sintesi e riunificazione di più conoscenze e più discipline. In un quadro rinnovato di medicina diviene necessario sapere come curare scoprendo il paziente e non la malattia, avere a mente la non casualità degli eventi nosologici, la semplificazione della terapia e non l’aumento della complessità, la ordinarietà della spesa rispetto alla disponibilità dei mezzi, i criteri ippocratici del “ primum non nuocere ”, il presunto diritto degli animali e la possibile interpretazione di una loro volontà che rispetti una terapia più prossima al percorso biologico, evitando antropocentrismi ed accanimenti: questi ed altri sono i proponimenti di una nuova concezione che potrebbe rendere più ampio e aperto un dibattito sulla filosofia della scienza medico-veterinaria.I nuovi medici dovrebbero essere i detentori di una conoscenza antropologica che possa esplicare attraverso la professione, una lettura ed un indirizzo non fuorviato dalla antropomorfizzazione più efferata per ricondurre il ruolo dell’animale ad una partnership più favorevole ad un sano e corretto rapporto coevolutivo. In una nuova luce critica va letta la vicariazione animale che l’uomo ha voluto per sostituire il suo simile non più amico, compagno, e per l’inaridimento dei suoi rapporti sociali. Questo avviene in un momento difficile della propria storia, quando l’uomo, vittima di una sua solitudine quasi aristocratica, la solitudine del benessere, dell’autosufficienza economica, spinto da un richiamo biologico e forastico si aggrappa ad un animale al quale infligge la pena di una sua paradossale trasfigurazione nella omologazione, rendendolo “a sua immagine e somiglianza”.
La medicina e gli aspetti biologici
La medicina non è una scienza esatta, poiché la natura del vivente non è commensurabile.Dalla scomposizione dell’essere avvenuta per esigenza di analisi secondo i criteri del metodo scientifico moderno, e per la conseguenza del pensiero evoluzionistico, che vede nella specializzazione un tratto quasi ineluttabile del processo evolutivo, si è giunti al momento in cui si avverte la necessità della riunificazione dell’essere a fronte dello smarrimento totale del suo stare a questo mondo, dello smarrimento della sua identità personale. L’uomo insomma, va ricomposto e osservato nella sua totalità, nella sua individualità, nel rispetto del concetto hannemaniano che così si esprime: ” Ogni essere si ammala e guarisce in modo unico e a se stante, in relazione alla propria energia vitale ”.
La scelta olistica non è una scelta di marketing , come già corsi postlaurea insegnano vergognosamente a proposito di gestione delle strutture sanitarie. Non è nemmeno una diversità aristocratica o provocatoria, ma è l’esito di una propensione verso una conoscenza più profonda, aperta a possibilità e direzioni nette e distinte: quella centrifuga verso le scoperte tecnologiche, ed una centripeta verso la scoperta del sé e dell’individuo nella sua unicità-individualità. E se diagnosi significa “conoscenza per mezzo di cose”, diventa opportuno aumentare le possibilità di conoscere attraverso diverse vie, e quindi termini come “ idiopatica ”, o “ atopica ”, parimenti al concetto di inguaribilità, vanno usati con cautela, poiché creano muraglie ed inceppano gli azzardi di ricerca e di intuizione che sono storicamente stati i portatori di nuove verità. La possibilità di una lettura semantica della malattia può fornire mezzi che l’allopatia o medicina dei contrari, sopprimendo i sintomi, non può fornire: per questo l’olistica diviene molto più suggestiva e affascinante rispetto alla medicina dei contrari che non intellegendo i significati dei sintomi, sopprimendoli o deviandoli, impedisce quindi di svelare il senso della loro manifestazione. L’olismo ha più interessato statisticamente la schiera femminile, forse più curiosa, o più dedita a cogliere un nesso emozionale o meno cruento, quello che induce ad osservazioni più intimiste, e quindi riconducibili al sé.L’uomo nella sua eterna ricerca di certezze preferisce risposte sacrificali piuttosto che domande pertinenti ed in questo timore esistenziale colma le ansie terapeutiche con stati di “tossicosi da farmaco chimico” o meglio detto “xeno biotico”, piuttosto che intraprendere dei cammini sostenuti dalla biologia che intravedano la possibilità di una guarigione vera o nuovo equilibrio, fornendo quid energetici di quella grande massa di energia cosmica che gli astrofisici definiscono “oscura” e appartenente ad una componente fisico-vibrazionale e non chimico-strutturale. Purtroppo la cattiva informazione, ad esempio quella reiteratamente venduta dalla dinastia del collega veterinario Angela dr. Piero, che con una bieca ignoranza attaccabile da tutti i criteri epistemologici e con quel disprezzo tipico delle persone che non beneficiano del dubbio perché affette da “ monoftalmia delle Cicladi ”, patologia polifemica che porta lentamente alla fusione in un “ sol occhio ” del “ punto di vista ” e preclude loro la profondità visiva, cerca di screditare le medicine alternative ponendole sullo stesso piano delle pozioni e rimedi di fattucchiere e urlanti televenditori. La patologia polifemica dell’acclarato divulgatore scientifico, monarca assoluto del regno televisivo a regime di canone, non si accorge del lavoro e della ricerca di benemeriti e seri professionisti che hanno speso tempo ed energie per una conoscenza medica coerente e profonda con tanto di risposte terapeutiche evidenti anche se spesso per loro natura individuale “ non lineari ”. D’altronde il metodo scientifico come esprime Feyerabend non può essere applicato a tutte le discipline ma ciò non può discreditarne l’efficacia comprovata da duecento anni di utilizzo, ad esempio per l’omeopatia o migliaia di anni per l’agopuntura o la medicina coreana. Quindi la ricerca della medicina olistica è una naturale crescita che dovrebbe coinvolgere qualsiasi medico che abbia quella sensibilità e quel senso critico da porlo nelle condizioni di accettare il dubbio e la continua discussione e non il riparo sicuro per sé. La visione e l’interpretazione dogmatica del suo sapere e le relative applicazioni terapeutiche andrebbero continuamente riviste e messe in discussione nel segno di una deontologia che imponesse al medico di non resistere acriticamente alle novità o alle scoperte o riscoperte di realtà diverse direttamente correlate con il benessere dell’uomo.
Perchè la medicina alternativa come scelta
a scelta delle medicine alternative quindi, non è il frutto di una ostentata ricerca di diversità, non è un gusto adolescenziale di trasgressione: è la semplice presa di coscienza di un limite filosofico che si traduce in termini medici e clinici come limite della medicina convenzionale. Essa infatti manifesta errori non più sopportabili in ordine alla lettura semantica della malattia. L’errore si evidenzia nel paradigma: substrato + agente esterno = malattia. Questo è un assurdo, poiché non contempla il vaglio della biointegrazione come risposta dettata dalla mera individualità. Gli studiosi attenti e seri sono ormai stanchi di meccanicismo, di darwinismo esasperato, visto che l’elaborazione sul piano fenotipico della malattia apre la possibilità a tutti i terapeuti di constatare che le risposte individuali sono al di fuori del darwinismo e quindi dal meccanicismo. L’incertezza dell’uomo ha generato una medicina a “scatole chiuse”, a “compartimenti stagni”, “a misura d’uomo”; una pretesa di attraversamento del fiume senza bagnarsi, l’incertezza del lato non commensurabile della natura che affascina solo coloro che con sana umiltà, sappiano porre un limite socratico alle pretese dell’uomo e riconducano la malattia al sé, ad una manifestazione che viene dal profondo junghiano, come una elaborazione di biointegrazione col “ not self ”, col “ mondo fuori ” e non un evento casuale privo di significato semantico e quindi incapace di cambiare la condotta grazie all’esperienza: fuori quindi dal progetto evolutivo, e quindi paradossalmente anche dal passivo darwinismo.
Dopo queste utili considerazioni in definitiva ci possiamo avvicinare all’omeopatia, agopuntura, floriterapia e medicine olistiche con una maggiore tranquillità consapevoli che con esse rispettiamo il famoso concetto ippocratico del “ non nocere ”. In conclusione possiamo dire che le diverse interpretazioni della realtà cambiano storicamente il mondo, il pensiero e le ideologie. Se noi partiamo dal concetto che l’animale sia più sano dell’uomo, noi siamo in grado di controvertire la basilare filosofia medica, secondo la quale l’imperfezione è una prerogativa sulla quale imbastire una ricerca del difetto e quindi della malattia. Da questa concezione si dipanano i fili del terrore sanitario col quale la classe medica e veterinaria sviluppa la ricerca di una imperfezione per nutrire il sospetto di una diagnosi infausta o al meglio coltivare la dipendenza da farmaco e la schiavitù da malattia ed elevarsi non più a mezzi di guarigione ma meri annunciatori/spettatori di una rassegnata ed infausta prognosi
Conclusioni
Per questo la filosofia può correre in aiuto al terapeuta e consentirgli un margine di certezza ippocratica nel “non nocere” in primis e nel perseguire una filosofia che esalti la condizione di salute e non di malattia, ed il suo subdolo ricatto che trova nella morte, non una istanza fondamentale della compiutezza aristotelica ma unicamente l’ineluttabile apoteosi della malattia.La conoscenza è sostanzialmente legata alla dimensione assoluta del “conosci te stesso”. Chi teme se stesso, teme quindi la conoscenza : da questa paura nasce l’ostinazione e la cecità alle novità quando esse in fondo sono le verità che abbiamo sotto gli occhi ma che non abbiamo mai voluto vedere.

La scelta delle medicine alternative quindi, non è il frutto di una ostentata ricerca di diversità, non è un gusto adolescenziale di trasgressione: è la semplice presa di coscienza di un limite filosofico che si traduce in termini medici e clinici come limite della medicina convenzionale. Essa infatti manifesta errori non più sopportabili in ordine alla lettura semantica della malattia. L’errore si evidenzia nel paradigma: substrato + agente esterno = malattia. Questo è un assurdo, poiché non contempla il vaglio della biointegrazione come risposta dettata dalla mera individualità. Gli studiosi attenti e seri sono ormai stanchi di meccanicismo, di darwinismo esasperato, visto che l’elaborazione sul piano fenotipico della malattia apre la possibilità a tutti i terapeuti di constatare che le risposte individuali sono al di fuori del darwinismo e quindi dal meccanicismo. L’incertezza dell’uomo ha generato una medicina a “scatole chiuse”, a “compartimenti stagni”, “a misura d’uomo”; una pretesa di attraversamento del fiume senza bagnarsi, l’incertezza del lato non commensurabile della natura che affascina solo coloro che con sana umiltà, sappiano porre un limite socratico alle pretese dell’uomo e riconducano la malattia al sé, ad una manifestazione che viene dal profondo junghiano, come una elaborazione di biointegrazione col “ not self ”, col “ mondo fuori ” e non un evento casuale privo di significato semantico e quindi incapace di cambiare la condotta grazie all’esperienza: fuori quindi dal progetto evolutivo, e quindi paradossalmente anche dal passivo darwinismo.

Dopo queste utili considerazioni in definitiva ci possiamo avvicinare all’omeopatia, agopuntura, floriterapia e medicine olistiche con una maggiore tranquillità consapevoli che con esse rispettiamo il famoso concetto ippocratico del “ non nocere ”. In conclusione possiamo dire che le diverse interpretazioni della realtà cambiano storicamente il mondo, il pensiero e le ideologie. Se noi partiamo dal concetto che l’animale sia più sano dell’uomo, noi siamo in grado di controvertire la basilare filosofia medica, secondo la quale l’imperfezione è una prerogativa sulla quale imbastire una ricerca del difetto e quindi della malattia. Da questa concezione si dipanano i fili del terrore sanitario col quale la classe medica e veterinaria sviluppa la ricerca di una imperfezione per nutrire il sospetto di una diagnosi infausta o al meglio coltivare la dipendenza da farmaco e la schiavitù da malattia ed elevarsi non più a mezzi di guarigione ma meri annunciatori/spettatori di una rassegnata ed infausta prognosi.

Per questo la filosofia può correre in aiuto al terapeuta e consentirgli un margine di certezza ippocratica nel “non nocere” in primis e nel perseguire una filosofia che esalti la condizione di salute e non di malattia, ed il suo subdolo ricatto che trova nella morte, non una istanza fondamentale della compiutezza aristotelica ma unicamente l’ineluttabile apoteosi della malattia.

La conoscenza è sostanzialmente legata alla dimensione assoluta del “conosci te stesso”. Chi teme se stesso, teme quindi la conoscenza : da questa paura nasce l’ostinazione e la cecità alle novità quando esse in fondo sono le verità che abbiamo sotto gli occhi ma che non abbiamo mai voluto vedere.

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2 risposte a “Omeopatia e medicina veterinaria, dr. David Satanassi

  1. Ringrazio nuovamente il dr. Davide Satanassi, per le cure omeopatiche prestate al mio cane Dora, ed anche per avermi aiutato, con grande umanità e sensibilità, a superare un momento molto difficile nel dover prendere determinate decisioni sulla salute del mio adorato cane. Ho trovato molto interessante il contenuto degli articoli letti, e sono a favore delle cure omeopatiche . Patrizia Biondi, da Portoferraio Isola d’Elba

  2. Ringrazio il Dott. David Satanassi per esser riuscito, prescrivendo due rimedi omeopatici alla mia gattina di quasi 16 anni, a far rientrare i valori relativi all’insuff. renale ed epatica, diagnosticatemi croniche da un suo collega, Mi rammarico, invece, essendo il suo ambulatorio a vari km da dove abito, di non aver potuto godere della sua professionalità e sensibilità, per altra patologia di non facile lettura e diagnosi che mi ha costretto a muovermi per tentativi.

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